IL DEMIURGO ED IL RIPARATORE


Tra i tanti modi con cui si può affrontare l’argomento oggetto del nostro annuale congresso, ho scelto quella di fare un escursus storico-filosofico cercando di cogliere, o almeno di far affiorare, le implicazioni che hanno avuto e che hanno, le significanze di questi due termini.
Poiché “Demiurgo” è sinonimo di “Gnosi” e Riparatore” lo è di “Redenzione”, noi martinisti potremmo sicuramente concludere il tutto con quel termine che è per tutti noi familiare: “Reintegrazione”, siccome questa presuppone la Redenzione e Salvezza dell’elemento demiurgico presente in ogni essere vivente nei diversi piani della Natura. Per quanto riguarda l’aspetto storico del concetto demiurgico ho scelto di avvalermi del testo che credo sia quello che offre maggiore interesse sia per il contenuto sia per l’aspetto dottrinale, mi riferisco al “Libro Segreto di Giovanni”, forse meglio conosciuto come “Apocryphon Johannis”.
Tra il “corpus” degli scritti di carattere gnostico è, senza dubbio, quello che ha suscitato grande interesse, ritrovato in Egitto a Nag-Hammadi, l’antica Chenoboskion, nel 1945, è uno dei testi fondamentali per la conoscenza della gnosi, sia quella “Ofitica” sia quella “Sethiana”, ed ha avuto un notevole influsso nell’ambito pre-cristiano, qualcuno ha addirittura ipotizzato che fosse uno scritto apocrifo cristianizzato.
La struttura dello scritto è incentrata sulla presunta rivelazione avuta da Giovanni, figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo, da parte di una multiforme entità celeste, la quale prima gli appare sotto forma di bambino, poi di vecchio ed infine di donna. Giovanni mentre percorre la strada che porta al Tempio, è apostrofato da un fariseo di nome Arimanos, il quale recitando la parte dell’avversario che si frappone e contrasta la realizzazione del bene e della verità, instilla in Giovanni atroci sospetti e dubbi, domandandogli.: “Dov’è il tuo maestro, quello che tu seguivi, questo Nazarios vi ha indotto in errore, con un inganno ha chiuso i vostri cuori e vi ha deviato dalla tradizione dei vostri padri” (Apocr. Joh. 1,10s).
Giovanni in preda a questi dubbi di natura esistenziale, colto da struggente malinconia si rifugia nel deserto dove inizia a porsi angosciosi interrogativi circa la natura e le finalità del creato. I luoghi solitari e desertici sono tipici nelle forme di rivelazioni apocalittiche e gnostiche, sono citate in altri due testi, ritrovati sempre a Nag-Hammadi. “Marsanes e Zostrianos”, si ricordi poi che anche Gesù ebbe delle rilevanti esperienze nel deserto. In tutti gli scenari apocalittici, improvvisamente i cieli si aprono ed in una sfolgorante epifania luminosa ha inizio la vera e propria rivelazione dei misteri ultimi. Sicuramente lo scopo centrale del testo è la descrizione della natura dell’Eone incorruttibile, cioè il “Pleroma”, il mondo della pienezza, e della sua conseguente relazione con il presente Eone corruttibile, il mondo fenomenico. L’interesse principale del testo è di evidenziare la norma della manifestazione della Divinità Suprema, inconoscibile e separata, il “Metropator” o bisessuato, per la quale l’elenco dei predicati negativi sono molteplici: “Indicibile, incommensurabile, infinito, inconoscibile e così via”. Esso dimora nella pienezza della luce, dal processo di autoilluminazione derivano tutte le altre entità eoniche: “E’ Lui che volge lo sguardo in se stesso, nella luce che lo circonda, la quale è la sorgente dell’acqua di vita, e produce tutti gli eoni di ogni tipo” (Apocr. Joh. 4,19s).
Da questo passo si può facilmente dedurre come l’essere supremo gnostico, il “Metropator” sia di natura androginica, padre e madre nello stesso tempo, da lui la luce può solamente scaturire tramite un processo generativo, infatti: “Egli conosce la propria immagine vedendola nella sorgente dello spirito, Egli la vede nella sua acqua luminosa che è la sorgente della pura acqua che lo circonda” (Apocr. Joh. 4,22s).
La fonte d’acqua pura portatrice di Luce che il Padre ha davanti a sé è Barbelo la materia passiva nella quale s’imprime l’immagine del Padre, tanto da costituire, in questo modo, la stessa immagine del Figlio, è da questo processo generativo che può dunque manifestarsi come primo “Logos”.
L’emanatismo involutivo gnostico è in gran parte basato sulle teorie generative di natura aristotelica, fu contestato dal neoplatonico Plotino, in quanto tendeva a demonizzare il “Cosmo”, infatti contrapponeva una potenza, “Dinamis”, di natura attiva e maschile ad un atto “energeia” di natura passiva femminile, la materia, “hyle” diventa così un sostrato sul quale si imprimono le forme, “eidos”.
Il processo d’illuminazione gnostico avviene di conseguenza attraverso quest’iter generativo, sia per quanto riguarda la costituzione e formazione del mondo pleromatico, sia per quanto riguarda la caduta della particella di Luce nel mondo materiale extra-pleromatica, e dalla successiva creazione del cosmo per opera del Demiurgo.
Ho descritto con una stringata sintesi il processo emanativo della monade androginica primordiale e la conseguente manifestazione del “Primo Logos” il “Figlio della Luce”, processo che l’Apocriphon Johannis descrive in modo chiaro: “Egli il Metropator, guardò Barbelo nella luce pura che circonda lo spirito invisibile e il suo splendore luminoso simile alla luce beata, ma non eguagliava la di Lui grandezza: questo è l’unico figlio di Metropator che fu manifestato ..... la Luce pura” (Apocr. Joh. 6,11s).
Il seguito è caratteristico di tutti i sistemi gnostici: creazione eonica, passione e colpa di Sophia-Barbelo, sua espulsione e degenerescenza nel mondo della privazione e del vuoto, con conseguente nascita del Demiurgo e successiva cosmogonia. L’ultima creazione che porta in sé le ultime tracce del mondo della perfezione, in altre parole i “semi di Luce”, è il Demiurgo gnostico che nell’Apocriphon Johannis è chiamato “Jaldabaoth”, termine che per alcuni significa “Padre del caos” o “Figlio del caos”, è il Padre del Mondo inferiore e dei sei arconti, che rappresentano anche i cieli e tutti e sette formano la settimana della creazione, modello di tutte le settimane.
Questo Demiurgo librandosi sopra le acque impalpabili del caos riproduce il processo generativo che già era avvenuto nel mondo pleromatico, feconda e da forma alla materia, hyle, caotica ed ancora invisibile, è il “Dei ferebantur super aquas” che aleggia sopra l’abisso fluidico, il “Tehom” mosaico (gen. 1.2).
Il Demiurgo opera su questa massa, ancora informe, una prima separazione, Egli separa i due principali elementi tenebrosi: la materia e la sostanza psichica, la separazione avviene tra una sostanza più leggera e pura, la psiche, ed una più pesante ed impura, l’hyle. Imitando ciò, che precedentemente era avvenuto nel mondo della luce, illumina inconsapevolmente la materia tenebrosa, che così acquista le forme primigenie.
Queste forme appartengono al mondo caotico dell’oscurità e dell’oblio, esse traggono il nutrimento dalla tristezza, dalla paura e dall’angoscia, sono costituite dai tre elementi che scaturiscono dalla colpa di Sophia: Aria, Acqua, Terra e sono mantenute in continua esistenza dal “Fuoco di tenebra”.
Per un processo di riflessione, il Demiurgo viene ad identificarsi come “immagine d’immagine” e dopo aver fecondato l’abisso caotico delle forme ne diventa l’assoluto ed inconsapevole signore, l’economia salvifica mette un arconte sopra a tutte le immagini, nessuno lo può comandare essendo Egli il signore di tutti, perciò Egli si fregia di tutti i nomi che sono immagini di Lui (Tatt. Trip. 100,18s).
Di conseguenza il Demiurgo gnostico s’identifica come “Signore delle immagini”, è completamente psichico perché i semi di Luce immessi in Lui dalla Sophia-Barbelo inferiore, sono tutti passati nella creazione e lì sono rimasti imprigionati.
Egli stesso era inconsapevole di tutto questo, ma qu
alora anche avesse cercato di modificare la situazione, ogni tentativo sarebbe stato inutile perché non sarebbe mai riuscito ad afferrare la sua natura spirituale inconsciamente immessa in Lui, perché per la gnosi la natura psichica, inferiore, mai può in nessun caso intrattenere e contenere una natura spirituale pneumatica più grande e superiore.
Compiuto il cammino involutivo che ha portato i semi di Luce provenienti dal mondo pleromatico della perfezione, ad essere imprigionati nelle sfere planetarie appartenenti alla creazione tenebrosa del Demiurgo, per mezzo della separazione delle due nature passive: la psichica e l’hylica, si manifestano perciò i presupposti ontologici e gnoseologici che portano in essere l’anelito verso la salvezza e la ricomposizione delle dimore di luce.
E’ chiaro che fin qui il tema gnostico è stato incentrato ed articolato sul processo della caduta, prima rappresentato in forma cosmogonica, poi nella successiva fase in forma antropogonica, vale a dire la creazione d’Adamo, solo in un secondo tempo la speculazione gnostica s’incentra sulla tematica riguardante la reintegrazione della “luce pleromatica” dispersa nel mondo, ed è questa stessa forma di reintegrazione che lo gnostico dovrà attuare e trasporre in “interiore homine”.
Risvegliato dal “Soter Gnostico”, dovrà ripercorrere a ritroso ed interiormente gli stati del proprio essere che portano in “Illo tempore” al manifestarsi degli avvenimenti descritti nel processo antropogonico e cosmologico.
L’iniziato riscopre così in se stesso il divino pneuma luminoso, successivamente separerà con perizia il corpo di tenebra dalla scintilla divina presente in lui dall’inizio dei tempi ed infine dovrà far risalire e rifluire questo “seme di Luce” verso le dimore superiori, lontano dalla natura femminile alla quale appartengono tutte le caleidoscopiche forme sensibili.
Quasi certamente queste concezioni, che da un primo esame sono tipicamente gnostiche, hanno la loro origine culturale nelle antiche concezioni religiose iraniche ed a conferma di questa tesi si possono confrontare diversi autorevoli autori d’importanti lavori, come ad esempio il Prof. Gherardo Gnoli, il quale in un suo lavoro ha evidenziato come nei testi più arcaici, riguardanti la religione zoroastriana, le “Gãthã, siano presenti concezioni legate alla natura dell’anima molto simili a quelli che si riscontrano nei testi gnostici. La “dãenã mazdea”, l’anima umana, nel suo senso individuale, esprime tanto la facoltà immaginativa dell’uomo quanto l’oggetto in cui essa di volta in volta si manifesta.
Questa facoltà è considerata creativa e realizzatrice ed essenzialmente femminile, è una facoltà umana, ma “dãenã” è anche una facoltà divina e come tale è personificata come paredra di “Ahura Mazda”.
Questa coppia “Ahura Mazda-Dãenã” è l’unione di un principio attivo maschile che crea per mezzo del suo manah o pensiero, e di un principio femminile che rappresenta la facoltà immaginativa e plastica, vale a dire l’immagine in cui il pensiero si realizza e prende forma.
Questi concetti sono uguali in sostanza ai processi d’illuminazione descritti nell’Apocryphon Johannis, sono evidenti gli influssi precristiani, tenendo anche presente il nome del fariseo Arimanos che contrasta Giovanni con imbarazzanti quesiti. Simili concezioni si ritrovano nell’escatologia iranica, dove alla morte, passati tre giorni, vicino al corpo del defunto compare nelle vesti di una bella e profumata fanciulla la dãenã, l’anima appaiata così in forma di “sygizia” aiuta poi il pio mazdeo a varcare il ponte “Cinvat”, ad attraversare le tre sfere, quella del Sole, della Luna e delle stelle fisse, raggiungendo così la dimora dei beati.
Nella religione mazdea quest’anima individuale è parte di una grande economia divina, così come nella gnosi valentiniana tutte le forme psichiche separate dal Demiurgo sono parte integrante della Sophia caduta.
Nel mazdeismo una grande “Dãenã” riunisce in sé tutte le dãene individuali, costituendo così un’unica e possente “Dãenã”, risultato di tutte le dãene individuali rivolte al medesimo fine che è un’unica e fortissima catena di pensieri, parole ed azioni, un ente collettivo animico: la “Chiesa”, come comunità dei fedeli, ma anche, per i tempi odierni, il Nostro Venerabile Ordine Martinista, come comunità dei fratelli e delle sorelle.
Come quotidianamente l’antico e devoto mazdeo cingendosi con il cordone entrava in sintonia con questa gran catena animica, così nel tempo presente il martinista quotidianamente si cinge con il cordone e mediante il rito quotidiano entra in sintonia con l’Eggregoro. Il cordone divide il corpo umano in due parti, simboleggia sia la suddivisione fra una natura attiva ed una passiva, sia fra un pensiero maschile ed un’anima femminile, sia fra la Mente Suprema: il “Nous”, e la sua controparte femminile, il “pensiero-ennoia”, come direbbe Simon Mago.
Analogo simbolismo ricorre nel manicheismo, per quanto riguarda la “Chiesa” come comunità di fedeli, e nella gnosi valentiniana, la quale se da un lato ammetteva le nozze per gli spirituali, gli “pneumatikoi”, in quanto momento della purificazione del seme pneumatico, speculando sul simbolismo legato al rito della camera nuziale quale ricomposizione delle sygizie pleromatiche e ricongiungimento dell’immagine con la controparte angelica, dall’altro lato imponeva un completo ascetismo e rigore morale agli “psychici”, per la loro personale, anche se parziale, salvezza.
Gli psychici, al contrario dei pneumatikoi, alla fine dei tempi non potranno accedere alla camera nunziale dove il Cristo si congiungerà alla sua controparte angelica, ma potranno solamente contemplare l’evento dall’esterno del mondo pleromatico. Al contrario il manicheismo imponeva una ferrea continenza e pratica morale ai “perfetti”, ai quali in ogni caso era garantita la salvezza, mentre alla moltitudine dei credenti, gli “uditori”, erano consentite le nozze, perché la loro salvezza era legata alla metempsicosi, con una successiva fase di reincarnazione, o meglio reincorporazione nel mondo della materia.
Ho portato il paragone con la religione Mazdea, non per una diatriba sulle possibili o probabili origini della gnosi, ma per evidenziare la continua permanenza dei simboli e delle strutture mitiche che portano la gnosi ad assumere le caratteristiche della “Religione Universale”.
Ho cercato, per quanto fin qui detto, di soffermarmi principalmente sull’identità genetica del processo d’illuminazione del Dio Supremo come essere androginico e sulla natura intermedia della creazione psichica, come stato passivo e femminile cui appartiene la prima separazione dal mondo della materia caotica.
Lo stato psichico, proprio perché deriva direttamente dalla madre inferiore, s’identifica come uno stato intermedio, uno stato di passaggio, la “Chiesa dei molti”, al quale si riferiscono i Sethiani di Ippolito: “l’uomo perfetto, dopo essere penetrato nei turpi misteri dell’utero si è lavato ed ha bevuto il calice di acqua viva e zampillante, da questo calice deve assolutamente bere chi voglia deporre la forma di schiavo, per rivestire la veste celeste”.
E’ sicuramente un passaggio obbligato il deporre le vesti hyliche e psichiche per raggiungere una forma di esistenza reale, una forma di coscienza androginica, come dicono i valentiniani: “Ad immagine di Dio li creò, maschio e femmina li creò”, con questo passo, i valentiniani, ci dicono che è sottintesa l’emissione di Sophia in quanto gli elementi maschili che provengono da essa sono l’elezione, quelli femminili la vocazione, i primi sono entità angeliche mentre i secondi sono il “seme superiore”. Così in Adamo l’elemento maschile rimase in lui, mentre tutto il seme femminile, tratto da lui, divenne Eva, dalla quale derivano tutti gli esseri femminili, come da Adamo derivano quelli maschili. Per cui gli elementi maschili si concentrano con il Logos, quelli femminili, fatti uomini autentici, si uniscono agli angeli e prendono posto nel Pleroma, per questo si dice che la donna si muta in uomo ed allora la Chiesa in Angeli.
Queste considerazioni sono sufficienti a stimolare molteplici spunti di riflessione, perché diverse di queste considerazioni se sviluppate dettagliatamente apporterebbero notevoli aperture alla comprensione della verità ultima.
Per cui noi Martinisti dovremmo sforzarci di approfondire continuamente e con rigore, ma ancor di più, con l’esperienza diretta e vissuta, lo studio di questo sistema di conoscenza affinchè ognuno possa ritornare in piena consapevolezza alla “Luce Pleromatica”.
Il Nostro Maestro Martinez direbbe che ognuno dovrà percorrere la via della “Riconciliazione” quale stato preparatorio ed obbligatorio della “Reintegrazione”, per il ritorno del Minore nel Superceleste, dove sarà “Reintegrato nelle primarie proprietà, virtù e potenze spirituali e divine accordate ad Adamo al momento della sua emanazione”.
Questa Reintegrazione sarà retaggio solo di quei “Minori Spirituali” che saranno stati precedentemente “Riconciliati”, cioè saranno pervenuti nuovamente a comunicare con la Divinità dopo aver superato lo stato di “privazione”. Il cammino lungo e faticoso, come dice il nostro Maestro Passato, comincia nel mondo del sensibile, del quaternario, ma ognuno deve necessariamente agire in tutti i livelli possibili della manifestazione, fino a quando non sarà esaurito il corso degli accadimenti che il Creatore ha fissato per ognuno di noi.

Valentinus


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